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La sinistra dei muppet tra fiumi di livore

Atreju arriva e, come ogni anno, per oltre dieci giorni detta l’agenda del dibattito politico: oltre 600 relatori, tra membri del governo, esponenti dei principali partiti italiani ed europei, opinionisti, ospiti internazionali, decine di migliaia di partecipanti, milioni di interazioni social.

Non sono mancati momenti di discussione, di approfondimento, di grande emozione come quello della testimonianza di Rom Braslavski, giovane israeliano per oltre 2 anni ostaggio di Hamas, o di alta politica con la presenza di Abu Mazen. È un risultato che non è frutto del caso. Dietro c’è un lungo lavoro minuzioso di individuazione di tematiche e protagonisti che raccontano e rappresentano il momento storico che stiamo vivendo.

L ‘obiettivo è quello di far scaturire dal confronto democratico idee e proposte politiche utili a far crescere la Nazione. Per questo ringraziamo tutti gli esponenti ai sinistra che hanno deciso di condividcre con noi il palco dando vita a un confronto franco, a volte anche acceso, ma sempre costruttivo e rispettoso.

Poi c’è invece quella parte di sinistra che ormai non riesce proprio più a rinunciare al ruolo dello spettatore, quella che occupa i palchetti in galleria per guardare (e poi puntualmente criticare) lo spettacolo, anche prima che gli attori entrino in scena.  Politici, opinionisti e giornalisti che ricordano molto Statler e Waldorj; i due burberi vecchietti del Muppet Show, la cui principale occupazione era quella di riversare fiumi di livore nei confronti degli attori sul palcoscenico. Quasi a sottolineare una malcelata frustrazione a non essere più li, sotto i riflettoriori.

Che poi non è tanto differente dall’atteggiamento, per cambiare metafora, della volpe che non arrivava all’uva. Il «rosicamento» mediatico, prevedibile e ormai tristemente flsiologico, è però la conferma più evidente del grande successo di questa edizione. Quando un evento viene sbeffeggiato e liquidato con pura propaganda mentre riempie sale, coinvolge, domina l’attualità e genera importanti spunti politici, significa che ha colpito nel segno.

Le reazioni di questi giorni lo dimostrano meglio di qualunque dato: c’è chi si lamenta di non essere mai stato invitato e chi per precauzione, pur non essendo mai stato chiamato in causa e forse nemmeno mai contemplato dall’organizzazione, chiarisce che anche se l’invito fosse arrivato non l’avrebbe comunque accettato. Due versioni diverse della stessa insofferenza. In entrambi i casi significa che Atreju è ormai troppo grande per essere ignorato ma troppo scomodo per essere celebrato come merita: il più importante appuntamento politico dell’anno.

E chissà che per la prossima edizione, quella che precede le politiche del 2027, chi finora è rimasto in galleria non trovi il coraggio di salire sul palco. Sempre che riescano a mettersi d’accordo su chi sarà l’attore protagonista della loro compagnia.

Il mio editoriale su Il Tempo